Il Mediterraneo gli anni 90 e la sapienza latina

La voce di Eduardo è così bella che cattura d’istinto qualunque tipo di ascoltatore. E’ uno strumento naturalmente perfetto per colore, estensione e un’incredibile carica di armonici. E’ chiaro fin da subito che Eduardo “suona la voce”, fin da quella prima apparizione a San Remo del 1981 quando, verso il finale del brano, tralascia la melodia principale e si abbandona a un assolo strepitoso che diventa parte integrante di quella storica interpretazione. Gli appellativi si sprecano: “Lo Stevie Wonder italiano“, “ Stevie Wonder più Pasquariello” dirà Federico Vacalebre, critico musicale de Il Mattino, il quotidiano della sua città. Corteggiatissimo da tutti gli autori, dai musicisti; i suoi discografici diranno che “può cantare anche l’elenco telefonico” perché il brivido arriverebbe comunque. Il talento naturale di Eduardo, però, non è esaustivo del suo mondo sonoro. Il suono di “quella voce” è il frutto di un lavoro più complesso: studio, ispirazione, ricerca di stile; dietro quella voce c’è la regia del compositore, dello strumentista, della sua singolare sensibilità artistica. Lo descrive bene un suo esimio estimatore, Omar Calabrese, nel 1995 – in quel periodo docente di Semiotica delle Arti all’Università di Siena – in uno scritto titolato “La sapienza latina”.

La sapienza latina

De Crescenzo è certamente dotato di un’estensione e di una capacità melodica fuori dal comune, però è stato capace, nel corso di pochi anni, di raffinarla, fino a renderla emblema di mille ricordi musicali. C’è, ad esempio, il timbro acuto dei chansonniers italiani (e napoletani) della prima metà del secolo, tutti protesi a dare corpo al ruolo del tenore leggero. Oppure, c’è il gorgheggio virtuosistico del cantante gitano-andaluso di flamenco, un misto di potenza e di voluta afonia al tempo stesso. O ancora, rinveniamo il vibrato passionale del cantante di tango argentino, nella versione più colta dei tempi moderni ma si potrebbe proseguire con altre forme “etniche” africane, come, citando a caso, le “storie cantate” del congolese Mory Kante. Musica mediterranea e latina di vasta estensione, insomma, con un altro elemento basilare: i suoi caratteri si definiscono non soltanto nell’astratta composizione (ritmo, melodia, orchestrazione) ma soprattutto nell’esecuzione. Quando si ascolta De Crescenzo, la cosa “salta all’orecchio”: al di là del riconoscimento di vari generi, infatti, nelle sue canzoni si percepisce perfettamente l’esistenza di un margine di rischio e di inaspettatezza, come se lo spartito fosse solo un canovaccio dal quale possono uscire variazioni e improvvisazioni a piacere. Quasi istintivamente, così, accade che ci si lasci andare – nonostante un’indiscutibile sofisticazione di parole e musica – agli effetti sentimentali prodotti dall’autore. Emozioni come quelle della nostalgia, del rimpianto, dell’elegia, fluiscono dirette, poetiche, liriche da queste esecuzioni, anche qui nella più perfetta tradizione mediterranea. Eppure c’è da giurare che nulla delle canzoni di De Crescenzo è spontaneo. Il critico più accorto saprà riconoscere lo studio, la cultura, il virtuosismo di certi passaggi. Ma questo è il bello dell’arte da che il mondo è mondo! Un teorico del Cinquecento, Baldassarre Castiglione, definiva questa dote col nome di “sprezzatura” e, nel Seicento, un altro saggio di corte, Torquato Accetto, la denominava “dissimulazione onesta”. Volevano dire che il vero sapiente non fa mai nulla per caso, ma la sua capacità in questo può essere misurata, che il pubblico percepisce l’opera come naturale e immediata. E’ tutto qui, forse, anche il segreto di Eduardo De Crescenzo. Omar Calabrese 1995

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